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Август
2022

Mantova, allarme rosso della Cgil sul caro-energia: «Famiglie e imprese a rischio catastrofe»

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MANTOVA. «Senza interventi mirati e tempestivi non si reggono i prossimi 50 giorni». Davanti allo spettro catastrofico di quella che non esita a definire «una bomba sociale» senza precedenti, a suonare la sveglia alla politica in questa intervista sull’emergenza caro-energia è Michele Orezzi, segretario confederale della Cgil di Mantova con delega a politiche energetiche e transizione ecologica nonché segretario generale della Filctem Cgil.

Quale la situazione qui? Che settori rischiano di più?

«Oltre ai primi stop con lo smaltimento ferie sono arrivate in queste ore le prime casse integrazioni per i rincari energetici anche nel nostro territorio: ovviamente temporanee, per vedere nel frattempo che succede. La preoccupazione è che non succeda nulla se non un peggioramento della situazione con un orizzonte immerso nella nebbia delle insicurezze. I settori più a rischio nella nostra provincia sono le aziende delle Ceramiche, tutte le aziende con produzioni con meno valore aggiunto nel prodotto finito di chimica e tessile e tutti i settori energivori che hanno bisogno di forni per la trasformazione. E non sono problemi di mercato come per larghi tratti è stato per la pandemia: per questo il pericolo per le eccellenze produttive del nostro territorio è maggiore. Il trascinamento estremamente positivo che qui ha avuto l’export per la chiusura in ripresa del 2021 rischia di essere un lontano ricordo e di dissipare l’effetto locomotiva in interi settori».

I rincari erano iniziati già nel 2021: cosa non si è fatto per tempo? E oggi?

«Se i rincari energetici sono stati costanti da ottobre, il picco di questi ultimi giorni rischia di essere insostenibile: oggi si paga un eccessivo immobilismo del Governo Draghi su questi temi, con una discussione tra i partiti già mesi fa orientata all’imminente campagna elettorale e poco alla quotidianità di famiglie e imprese. Si è perso tempo con parole di circostanza e ora si sta già pagando la non programmazione per affrontare le prossime due cruciali stagioni: da cortocircuito del sistema si rischia di passare ad una vera bomba sociale. E la politica non può aspettare un nuovo governo che arriverà a metà ottobre: non si reggono, senza interventi mirati e immediati, i prossimi 50 giorni».

Quale scenario per famiglie e imprese?

«Il rischio è da una parte la chiusura di tutte le aziende “che non riescono a far star più dentro” il proprio business con spese fisse, dall’altra, catastrofica e che a noi preoccupa ancora di più, che i lavoratori dipendenti e pensionati senza aumenti salariali non arriveranno alla fine del mese: non può pagare l’attuale situazione chi non riesce materialmente a farlo. Se poi andremo verso una cassa integrazione straordinaria per interi settori industriali energivori avremo la deflagrazione finale della bomba sociale: lavoratori che perderanno altro salario e costi che si moltiplicheranno, territorio che perderà ricchezza e mercato. Spero che chi è al timone oggi abbia chiaro che lo scenario rischia di essere tragico ed è ahinoi molto molto vicino».

Cosa serve subito?

«Serve che il governo in carica convochi subito le parti sociali e concerti una soluzione: rischiamo di trovarci in una crisi ben peggiore di quella attraversata col Covid che ha avuto comunque strumenti di supporto assolutamente straordinari. La strada per la soluzione l’ha indicata lunedì il segretario della Cgil Landini nella sua intervista a La Repubblica: tassare al 100% gli extraprofitti di chi, per contingenze speculatorie del mercato, sta facendo utili di miliardi che cozzano con il contesto generale di famiglie e imprese e redistribuirli per alzare l’argine contro la nuova ondata di rincari. Questa non è solo un’urgenza, ora è una cosa irrimandabile. Faccio presente che la posizione della Cgil non è cambiata dallo sciopero generale di dicembre: che saremmo arrivati qui era a dicembre solo una probabilità, ma gli ingredienti erano già tutti nella pentola come abbiamo ampiamente denunciato. La guerra in Ucraina ha agitato di più il minestrone, con qualcuno che, come in tutte le guerre, guadagna. A farne le spese invece, come sempre, sono i lavoratori dipendenti e i pensionati. A dicembre avevamo avvisato che la finanziaria varata dal Governo era insufficiente rispetto alla situazione sociale post pandemia: e non avevamo ancora l’inflazione che sfiorava la doppia cifra di aumento. Ci dispiace aver avuto ragione e di tempo però non ce ne è più».

A differenza del Covid, in un mercato globale la guerra ha avuto conseguenze diverse sugli Stati...

«Dai palchi delle manifestazioni per la pace di inizio marzo, di cui siamo stati tra i promotori, avevamo messo in guardia come l’alternativa ad una soluzione diplomatica veloce potesse diventare un boomerang che avrebbe fatto pagare il prezzo maggiore del conflitto a chi le tasse le paga fino all’ultimo centesimo: l’Europa ancora cerca una sua strada diplomatica autonoma, mentre il costo dell’energia è superiore più di 10 volte rispetto ad un anno fa. Per altri attori diplomatici di questo conflitto non è così. La guerra è stata sfrattata dal centro degli organi di informazione nazionale ma le sue conseguenze su tutti continuano a marciare. È evidente come la partita dell’energia abbia bisogno un argine prima statale e poi coordinato il più possibile con gli altri Paese europei. In Italia le aziende per grandezza e produzioni consumano in media il 30% di energia in più della media di quelle europee: nel Paese della seconda manifattura questo tema dovrebbe essere ancora più centrale che altrove, anche nella campagna elettorale».

Cosa chiedete al nuovo governo e come sta affrontando i temi energia e transizione la campagna elettorale?

«C’è un Governo ancora in carica e a quello ci rivolgiamo, sapendo che ci sarà un autunno sociale caldo e che serviranno risposte vere per lavoratori e pensionati ben prima della prossima finanziaria, che sarà comunque cruciale. Per ora la discussione su questi temi dei partiti verso le elezioni è deludente: si parla ancora di nucleare quando per costruire una centrale ci vogliono tra 20 e 30 anni solo per schiacciare il pulsante On. Una discussione schizofrenica se pensiamo agli obiettivi 2030 e 2050 che dovremo in fretta raggiungere tenendo un difficile equilibrio attraverso una transizione che non sarà solo energetica ma anche ambientale, industriale e sociale. Escluso il nucleare, l’Italia ha già un ottimo mix energetico ma serve schiacciare l’acceleratore sugli investimenti in fonti rinnovabili e sulle nuove tecnologie, come il sequestro della CO2, sapendo che un Paese che ha fatto una scelta netta sul nucleare dovrà per forza accompagnare la transizione con il gas. Chi sostiene il contrario non tiene in considerazione né il sistema energetico attuale né le conseguenze sociali che una rivoluzione di questo tipo porterà. Di questo “nuovo mondo” nei programmi elettorali c’è solo qualche intervento spot senza una visione d’insieme, che tenga conto dell’esistente e che parli anche di politiche industriali: recuperare un rapporto con il mondo del lavoro e la quotidianità di chi per vivere ha bisogno di lavorare passerà sempre di più da qui».






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