Maccari, candidato di Fratelli d’Italia: «Ora basta con le ideologie, facciamo squadra per il Mantovano»
MANTOVA. Per Carlo Maccari, la sfida delle elezioni del 25 settembre segna il ritorno ufficiale all’attività politica vera e propria. Assessore regionale dal 2010 al 2013 nella giunta guidata da Roberto Formigoni, leader provinciale di An prima e Pdl poi, negli ultimi anni si è dedicato esclusivamente alla sua attività professionale di farmacista. Ora è capolista per Fratelli d’Italia nel collegio plurinominale della Camera che comprende le province di Mantova, Cremona, Lodi e Pavia, dieci Comuni del Milanese e undici del Bresciano.
«Il partito ha chiesto alle federazioni la disponibilità di esponenti con la maggior esperienza e competenze tecniche – racconta – e il coordinamento regionale ha ritenuto di accogliere il mio nome. Devo dire che, in fondo, ho preso parte a tutta la storia del partito della destra, da An a Fratelli d’Italia».
Partito che potrebbe diventare il più forte del centrodestra e, secondo i sondaggi, il più forte nel Paese. Secondo lei quali sarebbero le conseguenze di questo scenario teorico?
«Se fossimo il primo partito della coalizione vincente mi sembra chiaro che la prima conseguenza sarebbe l’incarico di presidente del consiglio a Giorgia Meloni. Mi sembra che su questo metodo, su queste regole d’ingaggio, siamo tutti d’accordo. Sarebbe anche l’occasione per dimostrare, caso mai ce ne fosse bisogno, che nemmeno noi di Fratelli d’Italia “mangiamo i bambini”. Siamo un partito serio, con persone competenti. Le dico questo perché al nostro senso di appartenenza a una nazione e al contempo all’Europa viene dipinto in termini negativi. Eppure in tutti i Paesi dell’Unione Europea non è così, l’interesse nazionale non viene demonizzato. Non capisco perché in Italia non sia così».
Se fosse eletto in Parlamento quali problemi mantovani pensa di poter affrontare? E come?
«Ci sono temi ricorrenti su cui i parlamentari mantovani dovrebbero fare squadra indipendentemente dalla forza politica di appartenenza. Dovremmo fare staffetta, ad esempio, sul tema del raddoppio ferroviario sulla Mantova-Cremona-Milano su cui ha lavorato molto nella legislatura che si sta concludendo, Matteo Colaninno. Ha fatto molti passi avanti e non è il momento di mollare la presa. Come pure, in caso di elezione, mi batterei per il ponte di Ostiglia, come hanno fatto Andrea Dara e Marco Carra. Insomma, la questione principale su cui battere il ferro a Roma, per quanto riguarda il nostro territorio, sono le infrastrutture. Devo dire che questo è un tema che interessa più generalmente il Nord del Paese. Il Pnrr è formulato sulle emergenze ma occorre tener conto che il Nord ha esigenze diverse dal Sud del Paese. Se non mettiamo mano al nostro sistema infrastrutturale rischiamo di non offrire alle nostre imprese quelle condizioni basilari per poter competere a livello internazionale. E su questo dobbiamo fare un lavoro di lobby».
Quali sono i punti programmatici del suo partito su cui si sente particolarmente ferrato?
«Nel programma giocano un ruolo centrale lavoro e fisco, cosa che condivido. Ma sarebbe un errore mettere in secondo piano temi come la sanità e la riorganizzazione della macchina amministrativa dello Stato e degli enti locali».
Partiamo dalla sanità.
«Ricordo che quando ero assessore regionale, convocammo i presidi delle facoltà di medicina delle università lombarde per lanciare l’allarme sulla progressiva diminuzione del numero di medici. In quell’occasione avevamo previsto la situazione che viviamo oggi. Il governo ci rispose picche. Ecco, io credo che su questo e su altri temi della sanità troppo spesso le Regioni abbiano agito e fatto scelte senza i dovuti margini di controllo. Penso , insomma, che lo Stato debba metterci le mani per evitare che tutto sia gestito dalle sole Regioni. Su questo io mi spenderei in prima persona, visto che conosco bene le questioni legate alla sanità anche per motivi professionali (è farmacista, ndr). Altro tema è quello della necessità di una riforma della macchina amministrativa».
Un tema molto tecnico. Sarà difficile appassionare gli elettori durante la campagna elettorale. Esattamente a che tipo di riforma fa riferimento?
«Credo che non sia più pensabile che ogni piccolo Comune sia dotato di tutte le competenze e risorse interne per coprire tute le funzioni amministrative che una società sempre più complessa richiede. La catena Stato, Regioni, Provincia e Comuni non funziona più. Penso che ci si debba mettere mano, organizzare laddove non ci sono le competenze, reti tra enti locali per poter contare su più risorse. Ma deve essere lo Stato a stabilire i criteri per formare queste reti, stabilire quali competenze professionali occorrano per gestire tutti i servizi amministrativi. Osservo che oggi tanti piccoli Comuni si affidano alla buona volontà dei funzionari. Ecco, così non funziona».
Il ministro Speranza ha chiesto a Meloni e Salvini di non avere “ambiguità” sui vaccini anti Covid. E Meloni ha criticato la gestione della pandemia. Lei come si pone sul tema “Covid”?
«Penso vi sia stato un errore di comunicazione. Negli Stati Uniti, per intenderci, parlava solo Fauci. Da noi, ogni giorno, si alternavano in televisione decine di “professoroni” che riportavano pareri su ricerche condotte da altri. Questo ha creato confusione e ha dato l’impressione, a molti cittadini, che dietro ci fossero operazioni di marketing. Penso che col buon senso e senza caricare di spunti ideologici la questione , il ruolo dei vaccini possa essere chiarito senza problemi. Occorrono informazioni semplici, chiare e trasparenti. Non bisogna presentare ogni richiamo come se fosse l’ultima vaccinazione, perché poi la gente si sente presa in giro. La campagna di vaccinazione proseguirà tranquillamente e non c’è dubbio che abbia ridimensionato i casi gravi e i ricoveri.».
In questo periodo l’emergenza è quella del costo del gas...
«Un’emergenza per i bilanci delle famiglie e per le imprese. Occorre puntare sulla diversificazione. Non dimentichiamo che importiamo energia prodotta dalle centrali nucleari in Francia».
