Triestina scomparsa dieci anni fa a Lussino, avviato l’iter di “morte presunta”
TRIESTE. Resterà un mistero irrisolto il caso di Maria Vassallo, la settantaquattrenne triestina scomparsa a Lussingrande il 31 luglio 2012 mentre era in vacanza. La donna non è mai stata trovata. E ora, a distanza di dieci anni esatti dalla sparizione, possono iniziare le procedure di “morte presunta”.
È il figlio Marco Garbelli, che non si è mai dato una spiegazione plausibile su cosa possa essere accaduto alla madre, a intraprendere l’iter. I dubbi di oggi sono gli stessi di dieci anni fa: un incidente? Un suicidio? La signora è annegata in mare? «Nessuno l’ha mai capito – ha sempre affermato Garbelli in tutti questi anni commentando la tragedia – ma qualunque cosa sia successa, il corpo prima o poi si sarebbe dovuto trovare. Se una persona cade in mare, ad esempio, a un certo punto ricompare trascinata dalle correnti».
La signora, residente a Trieste in via Combi, in quel periodo era in vacanza nella località croata dove passava abitualmente l’estate. Di lei si era persa qualsiasi traccia la mattina del 31 luglio. C’era un’unica testimonianza: una residente che conosceva Maria Vassallo sosteneva di aver notato la settantaquattrenne proprio la mattina della scomparsa; l’avrebbe vista all’Hotel Punta di Lussingrande, mentre prendeva il sole su una sdraio. Ma una borsa e un asciugamano da spiaggia di Maria erano stati successivamente rinvenuti nella stanza della pensione dove alloggiava la donna, la “Veli Losinj”. Ma non il portafoglio.
I gestori dell’albergo in cui alloggiava Vassallo avevano avuto l’impressione che la donna in quei giorni non stesse bene. «Sembrava confusa, come non avesse il senso dell’orientamento», raccontava il personale.
Le ricerche, scattate fin da subito, si erano concentrate sulla costa e in mare; si pensava che Vassallo, colta da un malore mentre percorreva la zona, potesse essere precipitata. Un incidente, quindi.
Il figlio Garbelli si era recato nell’isola immediatamente partecipando di persona alle ricerche degli agenti e tappezzando la zona di foto segnaletiche della mamma. La polizia del posto aveva battuto i sentieri che portano alla collina di San Nicola, che in effetti Maria avrebbe potuto imboccare per una passeggiata. Le unità cinofile del soccorso alpino di Fiume avevano anche setacciato il Pod Javori, il giardino di una casa di cura che conduce a un bosco pieno di anfratti. Nessuna traccia. Erano stati impiegati pure i “bloodhound”, i cani in grado di memorizzare l’odore delle persone annusando un oggetto del disperso.
Le ricerche si erano quindi allargate oltreconfine, nell’ipotesi che la donna potesse essersi allontanata da Lussino montando su un traghetto o su un autobus senza conoscerne la destinazione. Ma passavano le settimane, i mesi, senza alcun risultato.
Ora sono trascorsi dieci anni. «Un avvocato ha cominciato l’iter per la “morte presunta” con richiesta al giudice – spiega il figlio – poi sarà necessaria la pubblicazione sui giornali dove si renderà nota la scomparsa. Infine si attenderanno eventuali novità. Ma sinceramente dopo dieci anni non me lo aspetto più. Il fatto è che all’epoca non ci sono state indagini, se non limitate alla prima settimana con le ricerche della polizia, da parte mia e delle persone che abitano a Lussingrande e Lussinpiccolo. Secondo me si dovevano intraprendere altre strade, ad esempio cercare in alcuni capannoni abbandonati a Lussingrande: ci sono case diroccate, chiuse, dove si sarebbe potuto verificare. Ma secondo la polizia croata – prosegue Garbelli – non c’erano elementi per pensare a un atto criminale tale da giustificare una indagine del genere. Avevo anche chiesto al consolato di Fiume di mobilitarsi e di avere dati su altre persone scomparse oppure vittime di atti criminali. Ma niente. Una delle delusioni è stata aver ricevuto una raccomandata con ricevuta di ritorno da parte del consolato, in cui si diceva che erano stati fatti tutti gli sforzi possibili, anche con l’utilizzo dei cani. Una comunicazione ricevuta per raccomandata e nemmeno di persona. Sinceramente – conclude il figlio – non mi sono sentito abbastanza supportato».
