Un fantasma americano si aggira per Trieste, la capitale del nulla dove non ci sono gabbiani
TRIESTE Gemma dell'Adriatico, Trieste brilla attraverso le pagine di poeti e romanzieri. Ieri come oggi, esercita un'attrazione fatale. In genere, del suo fascino restano succubi in particolare scrittori e letterati. Uno di questi fu Joseph Cary (1927-2017), l'autore di “A Ghost in Trieste”, libro difficilmente classificabile, una via mezzo tra una guida storico-letteraria, un diario di viaggio e un’antologia di traduzioni, sia in inglese di pagine dei maggiori autori triestini quali Umberto Saba, Scipio Slataper e “Ettore Schmitz”, che in italiano di alcune poesie di James Joyce tradotte da Eugenio Montale. Il tutto - corredato da un "elenco dei personaggi" e schede biografiche che spaziano da Bobi Bazlen a Attilio Tamaro - è infine condito da un florilegio di citazioni di svariati personaggi più o meno famosi e dalla 'dramatis personae' di tale Giuseppe Giocare, autore di un fittizio “Vocabolario esoterico”.
“A Ghost in Trieste” è uno di quei libri, insomma, che ci mostra quanto sia in realtà difficile parlare di Trieste e di come, quanto più si pretende d'averla capita e si pensa di poterla spiegare agli altri, tanto più diventa irrimediabilmente sfuggente.
Professore di Inglese e Letterature comparate all'Università del Connecticut dal 1961 al 1990, Joseph Cary aveva studiato a Buffalo e alla Deerfield Academy prima di partire volontario nel '44 arruolandosi in Marina come radiotelegrafista su una Tank Landing Ship "da qualche parte nel Pacifico". Terminati gli studi a Yale nel dopoguerra, aveva insegnato per un anno sulle Isole Vergini. Trasferitosi nel Greenwich Village, aveva poi completato un master in inglese alla New York University, dove si manteneva facendo turni di notte come inserviente in un ospedale e dando ripetizioni a bambini portatori di handicap. Nel 1953, sulla banchina della metropolitana di Sheridan Square, aveva conosciuto la sua futura moglie, Edith Howes, un'insegnante seguace del metodo Montessori. Insieme vissero a Roma e a Londra prima di tornare a Brooklyn Heights. Nel 1961 si trasferirono a Mansfield Center, dove Edith Howes dirigeva la Mount Hope Montessori School.
Joseph e Edith amavano viaggiare, in particolare a bordo di grandi transatlantici. Le loro mete finali preferite erano Londra, Roma - dove nacque la loro figlia - Firenze, Venezia e Parigi. Trieste, invece, era una meta tutta privata del solo Joseph, il cui principale ambito d'interesse era la poesia, in particolare gli autori italiani del Ventesimo secolo. Scrisse ampiamente su argomenti letterari, del 1969 è il suo saggio “Three Modern Italian Poets: Saba, Ungaretti, Montale” pubblicato dalla New York University Press. Dal 1981 al 1982 collaborò anche con l'Università di Firenze.
Oggi Cary è ancora noto in ambito anglofono soprattutto per “A Ghost in Trieste”, personale resoconto del suo pellegrinaggio nell'ex città portuale dell'impero austroungarico e del suo amore per gli scrittori triestini. Il volume venne pubblicato dalla Chicago University Press nel 1993 in un'edizione rilegata dalla veste grafica più che accattivante, impreziosita da illustrazioni, piantine, mappe e dai bei disegni di Nicholas Read. Tanto più deludente appare il contenuto. La combinazione di stili narrativi diversi (diario di viaggio, guida e storia letteraria) qui non funziona, il mix risulta frammentario, pretenzioso, disomogeneo e frustrante. Il Cary critico letterario non ha la stoffa dello scrittore di libri di viaggio e la sua descrizione di Trieste è piena di abbagli (per esempio scrive che in città non ci sono gabbiani) ed equivoci. Di Joyce comprende il doppiosenso del witz sulla “mare grega” solo anni dopo essere tornato in America. La sua Trieste è essenzialmente una città di carta, fatta di libri. In realtà l'idea originaria riguardava un libro intitolato "Trieste letteraria", incentrato su un trio di scrittori che avevano vissuto nella città adriatica tra il 1905 e il 1915: Italo Svevo, James Joyce e Umberto Saba. Una volta arrivato però nella città reale e scoperto che "una vera Trieste letteraria non esisteva più. Era morta e sepolta", Cary aveva deciso di portare avanti il suo progetto diversamente, creando un'allucinata guida/testamento costruita sull'eredità lasciata da Svevo e Saba. Cary divide la sua analisi della città in base a tre fasi storiche: la prima indipendente, la seconda austriaca e la terza italiana; e per ognuna elegge un simbolico martire: il patrono San Giusto, lo storico dell'arte Johann Winckelmann e l'irredentista Guglielmo Oberdan. Alla radice dei mali di Trieste, secondo Cary ci sarebbero le sue tre culture: l'italiana, l'austriaca e la slovena, che si sono mescolate ma non si sono mai fuse, e dove "tutto", come diceva Slataper, rimaneva "doppio o triplo".
Trieste gli sembra la capitale del nulla, un luogo fantasmatico che nel decennio prima della Grande guerra era stato casualmente fertile fonte di una fioritura letteraria unica, e che a volte può apparire come una patria, altre come una città in esilio. Il presente di Trieste, tuttavia, è un'altra cosa, e gli sfugge completamente. Con insopportabile prosopopea Joseph Cary pretende di spiegare i misteri di una città che ha visitato per un totale di tre (sic!) settimane diluite nell'arco di cinque anni e non stupisce che la 'città bianca' gli appaia "grigia": grigi gli edifici, le persone, il cielo, il tempo, il mare. Ci si consola col fatto che a Trieste (come Charles Lever e James Joyce prima di lui) anche Joseph Cary ci si sia “mangiato il fegato”.
