Caso tamponi rapidi in Veneto, la Procura di Padova chiede il processo per Rigoli
PADOVA. La Procura di Padova ha chiesto il rinvio a giudizio per Roberto Rigoli, microbiologo trevigiano, padre dei tamponi rapidi del Veneto, ora alla direzione dei Servizi sociali dell’Usl 2 Marca trevigiana.
Motivo? Secondo l’accusa avrebbe accertato la validità di quello strumento diagnostico, senza di fatto mai farlo.
Nei guai è finita anche Patrizia Simionato, all’epoca direttore di azienda zero, per aver firmato la delibera con cui il Veneto ha comprato migliaia e migliaia di quei test. Cinquecentomila, per un valore di due milioni di euro. La notizia della chiusura delle indagini è stata riportata dall’Espresso.
I cosiddetti 'tamponi rapidi' sono stati sperimentati tra la prima e la seconda ondata Covid.
Secondo l’accusa, in concorso tra loro, i due sarebbero responsabili di falsità ideologica in atti pubblici commessa da pubblico ufficiale e turbativa nel procedimento di scelta del contraente.
Rigoli avrebbe confermato di aver effettuato l'iter per verificare l'idoneità di quei test, che Azienda Zero poi comprò in due tranche, senza gara, dalla ditta Abbott.
Quasi 500 mila kit, per un costo più di 2 milioni di euro. Stando però a quanto ricostruito dagli inquirenti, l'idoneità necessaria non era stata verificata. Il che avrebbe penalizzato le altre ditte che avevano presentato offerte.
Sempre secondo il pm, Rigoli avrebbe anche fornito documenti falsi per attestare che test di tamponi rapidi erano stati verificati sui pazienti entrati in pronto soccorso a Treviso.
Il caso era stato sollevato dal nostro giornale quasi due anni fa, nell’ottobre del 2020. Casus belli un approfondimento diagnostico del professor Andrea Crisanti che, senza giri di parole, aveva verificato che i tamponi rapidi di cui si era dotato il Veneto (preferendoli ai molecolari, più costosi e più lunghi da refertare) sbagliavano una diagnosi su tre.
E gli errori erano tutti falsi negativi. Il microbiologo padovano, padre dello studio su Vo’, disse chiaramente che il suo laboratorio non avrebbe mai più refertato tamponi rapidi.
Il caso sanitario presto è divenuto politico, per poi varcare la soglia della Procura.
L’apertura del fascicolo, affidato al pm Benedetto Roberti, risale ad aprile 2021: l’inchiesta era per frode in pubbliche forniture.
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Di fatto, oggetto dell’inchiesta era l’affidabilità dei tamponi rapidi, largamente utilizzati nei Covid Point del Veneto soprattutto nella seconda ondata.
L’ipotesi da verificare per il pm, come sostenuto da Crisanti, se questi test rapidi avessero una minore attendibilità rispetto ai molecolari, e potessero quindi aver generato una percentuale di “falsi negativi” più alta di quanto promesso dall’azienda produttrice (Abbott), con conseguenze nefaste sulla propagazione del virus.
Sotto la lente degli investigatori, in particolare, c’è la delibera con cui Azienda Zero ne certifica l’acquisto, anche sulla base delle valutazioni positive espresse dal professor Rigoli. Dal canto suo,
Rigoli aveva sempre sostenuto l’efficacia dei test e la bontà della strategia messa in atto. «Sono efficaci anche contro le varianti».
L’accusa è pesante: secondo la Procura «avendo avuto Rigoli la richiesta di confermare l’idoneità tecnico scientifica del campioni del prodotto offerto dalla ditta Abbott Rapid Diagnostic srl relativamente ai test rapidi comunicava alla Simionato e attestava falsamente di aver effettuato l’indagine scientifica asserendo falsamente di aver “provato il kit Abbott su alcuni soggetti”, inoltre chiedeva di procedere immediatamente all’acquisto di 200 mila test. E nella piena consapevolezza della Simionato circa il fatto che Rigoli non avesse ottemperato ad adempiere quanto prevedeva l’avviso di ricerca di mercato»
