Alexander Lonquich si fa due per il Progetto Beethoven a Trieste: stasera il concerto
TRIESTE Il nuovo appuntamento con il Progetto Beethoven promosso dalla Società dei Concerti e inserito nella programmazione comunale di Trieste Estate propone giovedì 21 luglio - al castello di San Giusto con inizio alle 21 – il concerto del pluripremiato e acclamato musicista tedesco Alexander Lonquich, nella duplice veste di pianista solista e direttore dell’Orchestra LaFil di Milano, in programma il ‘Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra in do min op.37’ e la ‘Sinfonia in fa magg. n. 8 op.93’ .
Se il terzo concerto, concepito nella sofferenza per l’incalzare della sordità che affliggeva l’autore, reca tracce inconfondibili del genio beethoveniano e il pianoforte, nella vigorosa dialettica con la massa orchestrale, acquisisce sfumature prettamente romantiche, l’Ottava sinfonia è stata definita dalla critica ‘Cenerentola delle sinfonie’, un giudizio assolutamente non condiviso da Alexander Lonquich.
«Premesso che io amo tutte le sinfonie di Beethoven e che per me non c’è una che sia la cenerentola – dice il maestro – trovo che l’Ottava sia una sinfonia moderna, di grandissima inventiva e piena di ricchezze. Ad eccezione di alcune battute che rimandano a Mozart e Haydn, considerate una riflessione ironica su una forma del passato come il minuetto ovvero un rimando umoristico a uno stile ormai superato, in questa sinfonia ci sono elementi del neoclassicismo, quasi un’inconsapevole anticipazione di quello che arriverà nella musica un secolo dopo». «E anche il ticchettio dei legni - continua Lonquich - nel secondo movimento, più che ricordare il metronomo, rimanda a echi stravinskiani. La sua comprensione però non è così immediata per cui sarebbe bene ascoltarla due volte di seguito come, alle volte, si fa in Germania».
Come ci si ritrova nel duplice ruolo di solista e direttore?
«È un approccio che porto avanti da tantissimi anni, per esempio quest’anno ho inciso con l’Orchestra da camera di Monaco tutti i concerti di Beethoven perché sono convinto che, alla nascita di questi brani, non c’era la figura del direttore come la conosciamo oggi, quindi il compositore o l’esecutore si accordava con la spalla dell’orchestra. Oggigiorno questa soluzione consente di trovare sia una versione ‘cameristica’ dell’orchestra sinfonica sia l’ottimizzazione della resa di un’orchestra da camera vera e propria come nel nostro caso. In generale, anche gli orchestrali preferiscono questa versione che consente loro di condividere e risolvere insieme i piccoli problemi di esecuzione che si possono incontrare.»
E poi?
«E poi onestamente devo dire che, quando faccio solo il solista, pongo comunque tutta l’attenzione anche alla partitura orchestrale e, in alcuni casi, la presenza di un direttore, al di là della sua bravura, può creare complicazioni. Per questo nei concerti di Mozart e Beethoven per me è molto più semplice e facile rivestire il doppio ruolo».
È stato mai tentato dalla direzione operistica?
«Sì, devo dire che ci potrei arrivare. Io dirigo molto repertorio sinfonico ma se dovessi scegliere un titolo per debuttare nella lirica sceglierei sicuramente il ‘Ratto dal serraglio’ di Mozart».
Oltre a pianista e direttore lei è attivo anche in ambito cameristico e didattico...
«Ho appena finito incidere un quintetto di Constantin Regamey composto nel 1942 e, a breve, rifarò nella stessa serata tutte le sonate per violoncello e pianoforte di Beethoven. Quanto alla didattica, accanto alle masterclass e alla direzione artistica della Scuola di Musica di Fiesole, spero di poter riprendere un progetto interdisciplinare interrotto dal covid che si chiamava Dedalus, rivolto ai giovani musicisti e finalizzato alla crescita musicale e all’interazione con altre arti».
