Variante Delta, ecco perché l’Italia non deve preoccuparsi: le regioni in cui si registrano più casi
La variante Delta preoccupa, giustamente, il Regno Unito. La prevalenza della mutazione indiana (lignaggio B.1.617.1) nel Paese d’Oltremanica ha già raggiunto il 90% sostituendo da tempo quella “inglese”.
I casi di contagio sono in forte salita e il primo ministro Boris Johnson ha annunciato uno slittamento delle riaperture di almeno quattro settimane. Ma in Italia dobbiamo davvero preoccuparci? E’ il caso di allarmarci?
No, almeno per il momento. Giusto mantenere alta la guardia, ma senza panico. I motivi che inducono ad un cauto ottimismo anche in vista dell’estate sono diversi.
La bassa prevalenza
Ci viene in aiuto, in questo senso, il rapporto dell’Istituto superiore di sanità pubblicato pochi giorni fa. Si tratta di una indagine rapida coordinata dall’Iss con il supporto della Fondazione Bruno Kessler e in collaborazione con il ministero della Salute, le Regioni e le province autonome.
L'obiettivo di questa indagine è l’identificazione di possibili casi di infezione riconducibili a queste varianti, tra i campioni con risultato positivo al Covid 19.
L’ultima indagine evidenzia, infatti, una prevalenza molto bassa della cosiddetta variante indiana o variante Delta. L’indagine ha mostrato che la variante alfa (lignaggio B.1.1.7), dunque quella inglese, è tuttora la più diffusa in Italia (88,1%), seguita dalla variante gamma o Sudafricana (lignaggio P.1, 7,3%).
Molto dopo arriva quella Delta, che ha una prevalenza che non raggiunge neppure l’1%. Una differenza sostanziale rispetto, ad esempio, al Regno Unito, dove la prevalenza sfiora infatti il 90%.
Su quasi 30 mila casi verificati «i casi associati a varianti kappa e delta (lignaggio B.1.617.1/2) sono rari» è scritto nell’ultimo rapporto dell’Iss.
«Tuttavia si segnala un recente aumento nella frequenza e diffusione di queste segnalazioni sul territorio nazionale. Inoltre, la maggior parte di essi appartengono alla variante delta».
L’altro aspetto positivo è legato ai vaccini. E in questo senso ci viene in aiuto il Regno Unito: se da un lato aumentano i contagi, dall’altro non c’è stata un’impennata delle ospedalizzazioni e soprattutto della mortalità.
Merito, evidentemente, della campagna di vaccinazione. In particolare, il vaccino Pfizer-BioNTech fornisce contro questa variante una protezione del 79%, rispetto al 92% di protezione con la variante inglese.
Per il vaccino Oxford-AstraZeneca, invece, è stata rilevata una protezione del 60% contro le infezioni dovute alla variante indiana, rispetto al 73% della variante inglese. Quanto al rischio ospedalizzazione la percentuale è più elevata.
Il Regno Unito ha scelto tempi più lunghi tra una dose e l’altra. I dati clinici sui vaccinati indicano che dopo la prima dose del vaccino di AstraZeneca la copertura contro la variante Delta è del 33,5% contro il 51% per la variante Alfa e valori analoghi si riscontrano per il vaccino di Pfizer-BioNTech.
Insomma, il richiamo fornisce una protezione più elevata. Ecco perché sarà fondamentale il monitoraggio e perché bisogna spingere sulla campagna di vaccinazione.
I vaccinati in Italia con una doppia dose sono il 25% e il 50% hanno avuto solo la prima dose. E la prevalenza dei vaccinati appartiene alle fasce più anziane. Considerando che la prevalenza della variante Delta è molto bassa in Italia, c’è il tempo per arginare una pericolosa ondata di contagi.
Le Regioni italiane in cui è più presente la variante Delta
Gli ultimi casi sono stati segnalati in Lombardia e Sardegna. Sono 81 i casi di variante Delta finora rilevati in Lombardia, due ad aprile, 70 a maggio e 9 al 14 giugno. In questo mese di giugno si registra quindi una tendenza in calo.
In Sardegna, invece, i casi segnalati sono 12. Anche in Alto Adige una persona è stata infettata dalla variante Delta del virus e si trova attualmente in terapia intensiva.
Per quel che riguarda la prevalenza, oltre a queste regioni, secondo l’ultimo report dell’Iss, la variante figura anche in Piemonte (0,7% della prevalenza), Veneto (1,5%), Puglia (1%) ed Emilia Romagna (1,2%).
