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Июнь
2021

Italia impreparata di fronte alle varianti. «Pochi tracciatori e test insufficienti»

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La variante “indiana”, ribattezzata Delta, spaventa il Regno Unito, diventa prevalente anche negli Usa mentre da noi è sbarcata già ma quanto sia diffusa nessuno sa dirlo. I dati ufficiali parlano appena dell’1% ma quasi tutti i virologi pensano che il dato sia sottostimato. Questo perché l’Italia è impreparata a dare la caccia alle varianti per tre buoni motivi. Primo: sequenziamo appena l’1% del virus in circolazione e lo facciamo solo in un giorno dato, una volta al mese. Questo perché si va ancora avanti grazie alla buona volontà dei laboratori pubblici sparsi un po’ in tutte le regioni, che questo lavoro lo fanno gratis e in aggiunta alle loro altre numerose attività. La neo direttrice del dipartimento malattie infettive dell’Iss, Teresa Palamara, ha annunciato più di dieci giorni fa la nascita di una rete di laboratori per la caccia alle varianti regolarmente finanziata dallo Stato, ma si è ancora in attesa del parto.

Secondo motivo: facciamo sempre meno tamponi. Forse perché -come sospetta il Presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta - le regioni hanno poco interesse a scoprire nuovi contagi, visto che dal numero di questi dipende l’ingresso o meno nella fascia bianca dove tutto o quasi riapre. «La costante diminuzione dell’attività di testing da un lato fa sottostimare il numero dei nuovi contagi e dall’altro ribadisce la rinuncia al tracciamento dei contatti, proprio ora che la ridotta incidenza dei casi ne permetterebbe la ripresa», sottolinea Cartabellotta. Che nelle 4 settimane passate ha rilevato una diminuzione del 28,3% delle persone testate. Come al solito con grandi differenze regionali, perché dalle 239 persone ogni 100mila abitanti testate ogni giorno nel Lazio si passa alle sole 64 della Puglia. Ed è chiaro che se non cerchiamo il virus nemmeno possiamo poi pretendere di sapere in che misura realmente circolino le varianti nel nostro Paese.

Terzo fattore che rischia di farci trovare impreparati in caso di avanzata della variante Delta o qualsiasi altra mutazione insidiosa dovesse fare capolino è la carenza di cacciatori di virus. Gli addetti al contact tracing. In media ne abbiamo circa uno ogni 10mila abitanti, secondo uno standard fissato agli albori della pandemia, ma che nel corso delle varie ondate si è rivelato essere assolutamente insufficiente a spegnere i focolai sul nascere quando di virus ne circola molto.

Non è questo il nostro caso ora, con un’incidenza di 25 casi ogni 100mila abitanti, ma il boom di contagi in Gran Bretagna dovuto alla variante Delta dovrebbe insegnarci qualcosa. Comunque anche in questo caso regione che vai situazione che trovi. In Alto Adige di cacciatori di virus ce ne sono 1,9 ogni 10mila residenti, in Toscana 1,6, in Piemonte 1,5. Ma in Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Umbria, Puglia e Sardegna, ossia più dimezza Italia, si è sotto l’unità, secondo i dati dell’Iss. A ottobre era stato fatto un bando per assumere duemila addetti al contact tracing, ma i tracciatori evidentemente sono finiti a fare altro. Intanto sui numeri della variante Delta gli ultimi studi non sembrano parlare la stessa lingua. I dati della Public Healt England (Phe) dimostrerebbero che la variante Delta, sia pur maggiormente contagiosa del 60% rispetto alla già più infettiva “inglese”, non bucherebbe più di tanto il vaccino di AstraZeneca, che con due dosi nel 92% dei casi eviterebbe il ricovero in ospedale. Mentre rispetto ai sintomi meno gravi la protezione sarebbe del 74% rispetto alla mutazione Alpha, ossia “inglese”, e del 64% quando ci si imbatte in quella Delta. Un altro studio pubblicato dalla prestigiosa rivista Lancet fornisce percentuali un po’ meno rassicuranti, pari a un 79% di protezione con il vaccino Pfizer e del 60% per quello di Oxford. In entrambi i casi la copertura si abbassa del 13% rispetto alla variante Alpha. Resta il fatto che nella sola Inghilterra finora sono morte 42 persone per la mutazione Delta e di queste 12 avevano ricevuto il richiamo del vaccino da almeno 14 giorni. Non sono numeri da dover generare panico ma da attrezzarsi per tenere un po’ più alta la guardia questo forse si.






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