Rimasta senza capelli dopo il trattamento, parrucchieri cinesi davanti al giudice
MASSA. In testa, adesso, ha un’alopecia lunga otto centimetri e larga sei che riesce a coprire grazie agli altri capelli lunghi e folti. Ma solo quando sono sciolti, perché se li tenesse legati si vedrebbe quel buco provocato dagli acidi di una tinta che le ha bruciato la cute. Eppure Noemi Zullian, oggi studentessa universitaria di 26 anni, rischia di non vedere un euro di risarcimento per i danni subiti.
Ieri, dopo diversi rinvii, è iniziato infatti, davanti al giudice di pace, il processo che vede imputati per lesioni colpose Mario Liu Ruo Han e Roughua Chen, i due dipendenti (il primo, difeso dall’avvocato Luca Lattanzi, sarebbe il responsabile dell’attività) del negozio di parrucchieri cinesi Mofa, all’epoca in via Marina Vecchia, che, secondo la procura, non avrebbero controllato la «corretta esecuzione del trattamento». Ma, essendo passati sette anni, tutto rischia di finire in prescrizione.
I FATTI
Era il 14 luglio del 2014. Noemi ha 19 anni e si è appena diplomata. Come regalo decide di schiarirsi i capelli. Non è mai stata da un parrucchiere prima e sceglie quello, a Massa, nonostante lei viva a Retignano, nel comune di Stazzema, perché è il più gettonato tra i giovani. Sopra lo schiarente le mettono una pellicola trasparente e poco dopo inizia il bruciore. Prima sopportabile, poi non più. Decidono di lavarla. Quando le tolgono la pellicola, secondo la ricostruzione della giovane, si alza del fumo dalla testa. Sotto l’acqua lei non sente la temperatura. Nei giorni successivi, il dolore non passa. Inizia a vedere sangue e a perdere i capelli. Nella sua prima estate di libertà post liceo, non può andare al mare. Passa le giornate in casa, la notte non riesce a dormire. Il 23 luglio, giorno del suo compleanno, va al centro ustioni di Cisanello e lì inizia la sua epopea tra ospedali, Stazzema-Pisa Pisa-Stazzema ogni giorni, che durerà per altri tre anni almeno. Per mesi non potrà farsi la doccia come tutti gli altri. «Mi lavavo il corpo, poi uscivo e mi aiutavano a lavare i capelli nel lavandino. La ferita è guarita dopo venti mesi», racconta a Il Tirreno Noemi, all’uscita dal processo che la vede parte offesa.
L'OPERAZIONE
Nella primavera del 2015 viene sottoposta a un trapianto di pelle per rimarginare la ferita sottocutanea. E va come deve andare, ma i capelli non ricrescono. «Siamo ancora in contatto con il chirurgo che ci ha seguiti, e devo dire con estrema professionalità e passione – spiega il padre di Noemi, Saverio Bellanca –: a ottobre ci riproveremo. L’unico modo è mettere un espansore: bisogna infilarlo sotto il cuoio e gonfiarlo ogni settimana fino a quando non è abbastanza grande. Forse così possiamo aspettarci che ricrescano i capelli. Non è stato facile per lei vivere tutto questo: i primi mesi andavano ogni giorno a Cisanello da Stazzema. Non è la vita di una 19enne». Il timore del padre adesso è che «il processo non serva a nulla» dal momento che «andrà sicuramente tutto in prescrizione». Rischiano di non avere un risarcimento per tutti i soldi spesi in cure e soprattutto per i danni provocati e per gli anni migliori della sua vita rovinati.
IL PROCESSO
Il fascicolo all’epoca aperto dalla procura di Lucca venne poi trasferito a quella di Massa territorialmente competente (i fatti erano accaduti nel comune apuano). Il processo sarebbe dovuto iniziare nel 2019, ma rinvio dopo rinvio è iniziato solo ieri. L’udienza è stata rinviata a luglio, quando verranno ascoltati i testimoni. «Non abbiamo fatto la causa civile perché era iniziato il percorso penale – spiega il padre – e ora ci ritroveremo con un nulla di fatto». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
