L’attentatore di Bagnoli ripreso dalle telecamere. Il testimone: «Un uomo solo a piedi»
BAGNOLI. Una persona ripresa di spalle davanti alla macelleria. Un uomo che si accuccia un attimo e, subito dopo, si allontana a piedi in direzione di San Siro. L’attentatore che con un tubo ripieno di esplosivo ha fatto saltare la macelleria Parton di Bagnoli è stato ripreso dalle telecamere della videosorveglianza comunale. Non solo, c’è anche un residente che si è affacciato alla finestra subito dopo il botto e ha visto qualcuno scappare. Sono gli elementi concreti su cui stanno lavorando i carabinieri della Compagnia di Abano. Ma sul movente c’è ancora molta incertezza. Tanti elementi, qualche sospetto, le chiacchiere del paese. La pista passionale è quella più ricorrente ma non l’unica.
Stile di vita
«Mi sveglio alle 5.15, un quarto d’ora dopo sono in negozio. Alle 13 vado a casa, alle 15 torno a lavorare, dove resto fino alle 20. Da trent’anni a questa la parte, la mia vita è questa», dice Andrea Parton mentre con tecnici e periti analizza i danni subiti. «Vediamola dal lato positivo, così mi rifaccio il negozio nuovo». Eccolo qua l’istrionico macellaio. Chiunque al suo posto sarebbe barricato in casa pieno di terrore e invece lui trova la forza di scherzare. «Male non fare, paura non avere», suggerisce, lasciando a intendere che le spalle sono sufficientemente grosse per sopportare pure questa. In effetti, è proprio così. Andrea Parton è rimasto orfano della madre Rita Franzolin a soli 13 anni e ha perso il fratello Dario, stroncato da un tumore appena diciottenne.
«Sono un velista, quando esco in barca a lungo trovo giornate stupende, ma a volte si gira in burrasca. È in quel momento che bisogna tenere duro», dice orgoglioso.
Reputazione
Nel mondo del commercio delle carni parlano di un lavoratore serio, con prodotti di ottima qualità grazie a un’azienda che ha una tradizione. È sempre stata l’attività di famiglia ma non solo. I Parton avevano anche una farmacia in centro ad Agna, che facevano gestire a un dipendente. Queste due attività hanno contribuito a consolidare una situazione economica florida e così oggi Andrea Parton è, a tutti gli effetti, una persona benestante. E non fa nulla per nasconderlo. Ha la barca ormeggiata a Chioggia e ha pure un aereo. «Adoro volare, mi svuota la mente».
Villa comprata all’asta
Vive in una villa comprata all’asta nel 2016. La casa apparteneva ad Anselma Capuzzo, donna finita in rovina economica e per questo ridotta a vivere in un alloggio Ater. La sua villa rimase all’asta per quattro anni, fino all’arrivo del macellaio Parton, che con 130 mila euro se l’è portata via.
Il paese mormora, specie quando sotto i riflettori finiscono le figure carismatiche. In una realtà da 3.600 abitanti come Bagnoli, il macellaio è sicuramente una di queste. Così sono in molti a conoscere anche le sue vicissitudini personali: il matrimonio, i primi due figli, la separazione, una vita nuova, un’altra figlia.
Pista passionale
«La mia compagna ha undici anni meno di me, direi che non mi serve altro», scherza ancora, con il sorriso di chi si lascia scivolare addosso voci e illazioni. La cosiddetta pista passionale tocca proprio questo particolare aspetto della vita di Andrea il macellaio. «Le donne mi piacciono e mi sono sempre piaciute, ma c’è un tempo per tutto», dice sereno. C’è chi ipotizza qualche attenzione di troppo alla donna sbagliata. O meglio: alla donna giusta, la quale però accanto avrebbe l’uomo sbagliato. «Tutte chiacchiere, non c’è niente di vero». Una smentita secca, quindi.
Negozio confiscato alla mafia
Qualche anno fa Andrea Parton aveva tentato di allargarsi con l’attività, provando ad acquistare il negozio accanto: uno spazio commerciale che nel 2012 era stato sequestrato perché parte dell’impero immobiliare (da oltre 7 milioni di euro) confiscato ad un imprenditore vicino al clan dei Casalesi, tale Michele Pezone, 53 anni, imprenditore originario di Aversa, legato a doppio filo ad alcuni esponenti del clan Schiavone. Come tutti i beni confiscati alla mafia è finito nelle disponibilità dello Stato.
«È vero, ho provato a comprarlo» ammette Parton. «Ma non si riesce, perché i beni confiscati alla mafia non vengono dati a privati per fini commerciali. Lì ci può stare solo una onlus, o comunque un’attività educativa e culturale».
