Strage di Rivarolo, interrogato Tarabella: «Mia moglie mi chiese di ucciderla»
RIVAROLO. «Ha detto di aver ucciso il figlio e la moglie, al mattino, su richiesta della moglie stessa, perché era stanca di vivere costretta al letto dalla malattia». Renzo Tarabella, l’83enne autore della strage di Rivarolo che si è consumata il 10 aprile scorso, è ancora in ospedale, ricoverato nel reparto carcerario delle Molinette. È tornato a parlare, durante l’interrogatorio condotto dalla pm Lea Lamonaca alla presenza della sua avvocata Flavia Pivano, che riporta le sue parole.
Aveva già riferito una prima versione dei fatti un paio di settimane dopo il quadruplice omicidio di sua moglie, Maria Grazia Valovatto, del figlio con disabilità di tipo psichico Wilson Tarabella e dei vicini di casa e coniugi Osvaldo Dighera e Liliana Heideimpergher, alla giudice per le indagini preliminari Ombretta Vanini durante l’interrogatorio di garanzia.
una strage lunghissima
A distanza di più di un mese e mezzo dai fatti, Tarabella è tornato su quella giornata. E ha confermato la tempistica degli omicidi: prima il figlio e la moglie al mattino di sabato 10 aprile, poi coniugi Dighera tra le 19 e le 20. Infine, la lunghissima attesa fino all’ingresso dei carabinieri della Compagnia di Ivrea intorno alle 3 e mezzo di notte, quando ha rivolto la pistola contro di sé, da sotto il mento. Ma il colpo è uscito fuori dallo zigomo, senza ferire organi vitali.
la vicina di casa ha lottato
Nell’interrogatorio di garanzia condotto dalla Gip, Tarabella aveva parlato di tutti gli omicidi, tranne di quello di Liliana Heidempergher. Stavolta ha ammesso di aver ucciso la donna dopo il marito. «Ha detto - spiega ancora Pivano - che gli si sarebbe scagliata contro dopo aver visto il cadavere dell’uomo. E lui a quel punto ha fatto fuoco».
I corpi dei coniugi sono stati ritrovati dagli investigatori l’uno sopra l’altro, davanti la porta della stanza di Wilson. Tarabella ha confermato di aver chiamato dalle scale Osvaldo Dighera e di avergli mostrato il corpo di Wilson e di aver detto all’uomo: «Guarda cosa ho fatto per colpa tua». «Lui sostiene che a quel punto Dighera avrebbe usato la parola handicappato riferendosi anche al figlio e per questo lo ha ucciso», precisa Pivano. Cosa che aveva già scritto anche in uno dei due biglietti che aveva lasciato prima di spararsi. Quel che è sicuro è che Osvaldo Dighera aveva uno splendido rapporto con Wilson, che aveva accompagnato in numerose gite.
A quel punto Liliana Dighera avrebbe cominciato a cercare il marito per il palazzo, telefonando anche alla figlia Francesca. Visto al balcone Tarabella gli avrebbe chiesto se aveva incontrato il marito. Lui avrebbe risposto: «Sì, vieni è qui». E così avrebbe ucciso anche la donna.
l’arma e i servizi sociali
Tarabella resta l’unico indagato per la vicenda. Durante l’inchiesta, però, la pm Lea Lamonaca ha acquisito anche le relazioni del Ciss 38, per capire se sia stato fatto tutto il possibile per aiutare la famiglia. Inoltre c’è la questione della pistola detenuta dal 1978 e del porto d’armi scaduto nel 2016, per cui Tarabella non aveva mai presentato un certificato di idoneità psicofisica dell’Asl. Anche qui, i carabinieri hanno presentato una dettagliata relazione sui fatti.
La difesa sembra intenzionata a chiedere una perizia psichiatrica sull’assassino, anche se prima degli omicidi non aveva mai dato segni di squilibrio. Certo, era chiaro l’isolamento della famiglia dal mondo.
Resta la domanda posta dagli avvocati che tutelano gli interessi di Francesca Dighera, Sergio Bersano e Antonella D’Amato: «Questa strage poteva essere evitata?».
