Severgnini: «Vigevano è come la mia Crema: ha un rapporto conflittuale con il capoluogo»
«Devo ammettere che Vigevano assomiglia a Crema, due città in eterno conflitto con i rispettivi capoluoghi di provincia». Beppe Severgnini si presenta così in vista dell’incontro, domenica alle 11, con il pubblico della Cavallerizza al Castello Sforzesco. Per la mini rassegna letteraria “Ripartenze” il giornalista e scrittore cremasco dialogherà con Ermanno Paccagnini, analizzando il suo libro “Neoitaliani-50 motivi per essere italiani” (Rizzoli). A Pavia arriverà invece mercoledì 28 ottobre, alle 18.30, al collegio Ghislieri.
Severgnini, nota qualche relazione fra Vigevano e Crema?
«Non è un caso che, nelle varie conferenze, io citi spesso queste due città. Hanno molti punti in comune: centri industriali situati in mezzo a una florida campagna, luoghi con grande personalità che fanno fatica ad accettare che altre città, Pavia e Cremona nello specifico, possano guidare una provincia. In particolare, ho iniziato ad approfondire la storia di Vigevano qualche anno fa, quando partecipai a Vinci, in Toscana, alla cerimonia del premio giornalistico “Li omini boni”. Si parlò di Leonardo anche nel suo rapporto con gli Sforza e le terre del ducato di Milano, fra cui Vigevano e la Lomellina, dove contribuì a realizzare la rete irrigua. Questo particolare m’interessò perché io provengo da una famiglia di imprenditori agricoli».
Chi sono i “neoitaliani”?
«Siamo tutti noi, che abbiamo attraversato la stranissima primavera del 2020 e ora affrontiamo un futuro incerto. Ho scritto questo libro 15 anni dopo “La testa degli italiani”, che aveva spiegato agli stranieri il nostro carattere nazionale: ora ho deciso di raccontare i cambiamenti avvenuti e anticipare quelli che verranno. Non è un libro sul Covid-19: solo che, quando stavo finendo di scriverlo, in primavera, è scoppiata la pandemia e quindi non ho potuto far finta di niente».
Gli italiani sono migliori o peggiori?
«Rispondo così: non siamo andati indietro. Ci vorrà tempo per capire come la pandemia, lo spavento e le difficoltà abbiano cambiato il nostro carattere, ma un cambiamento è avvenuto. Dalla bufera siamo usciti diversi: a modo nostro, siamo andati avanti. Siamo stati costretti a trovare dentro di noi , nelle nostre città, nelle nostre famiglie, nelle nostre teste, nel nostro cuore, risorse che non sapevamo di possedere».
Come si è comportato il nostro popolo?
«Il virus ci ha messo con le spalle al muro, cioè la posizione in cui noi italiani diamo tradizionalmente il meglio. Abbiamo dimostrato di saper essere disciplinati, ma ci scoccia ammetterlo. Temiamo di rovinarci la reputazione. La pandemia è una macchina della verità: non soltanto ha rivelato chi siamo, ma ci ha consentito di pensare a chi potremmo essere. Abbiamo imparato qualcosa, come individui e collettività. Certo, sono lezioni che avremmo voluto apprendere in altro modo, ma la vita, quando decide di insegnarci qualcosa, non chiede il permesso».
Come ci hanno giudicato gli Stati Uniti?
«Molti dubitavano che saremmo stati capaci di combattere il virus. I pregiudizi sono duri a morire. Esiste, su di noi, un sospetto metodico di inaffidabilità. Ma in un’intervista alla National public radio, all’inizio del lockdown, non mi sono trattenuto: “Invece di dubitare che noi in Italia ce la faremo, perché voi in America non cominciate a organizzarvi? Anche perché negli Usa non avete il nostro servizio sanitario nazionale, dove tutti vengono curati senza domande prima e senza fatture dopo”». —
Umberto De Agostino
