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Mads Mikkelsen, sul filo del rasoio

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Questa intervista è stata pubblicata sul numero 42 di Vanity Fair, in edicola fino al 20 ottobre.

Sembra quasi una trasmissione telepatica, quella che accade. Arriva e si siede di fronte a me con una bottiglia di birra in mano. Pochi istanti prima di incontrarlo pensavo proprio a quando, atterrando all’aeroporto di Copenaghen, ammicca dai cartelloni pubblicitari in formato gigante con quella faccia da filosofo della Carlsberg Danish Pilsner. «È davvero la mia bevanda preferita», ammette. E siamo in tema, perché il suo nuovo film, Un altro giro, che il 20 ottobre approda anche alla Festa del Cinema di Roma, parla di alcol. Per la sua ottima interpretazione il Festival di San Sebastián gli ha regalato il premio come miglior attore, mentre pochi giorni prima alla Mostra del Cinema di Venezia è stato premiato con il Kinéo per il suo ruolo di Hannibal Lecter in Hannibal, la serie di culto di cui si mormora l’arrivo di una quarta stagione, su Netflix.

Lui è parte di un gruppo di quattro insegnati di liceo la cui vita registra un calo intorno ai cinquant’anni. Finché non scoprono un articolo che dice che mantenendo intorno a 0,5 il tasso di alcol nel sangue, si diventa più aperti e creativi. A conferma, esempi illustri come quelli di Churchill e di Hemingway. Questa è anche la prima volta in cui l’attore danese mostra a un pubblico internazionale le sue doti di ballerino, in una magnifica scena finale. Mikkelsen, 54 anni, ex ginnasta convertitosi a danzatore, è cresciuto prima a teatro, poi in tv e infine al cinema, grazie a cui è diventato una star in Scandinavia. Il salto ulteriore è arrivato con lo psicologo e sociopatico dottor Hannibal Lecter del romanzo di Thomas Harris, a cui sono seguiti i ruoli del cattivo di Doctor Strange e dello scienziato di Rogue One (A Star Wars Story).

Un altro giro è un film sul filo del rasoio. Non si può dire che inciti a bere, ma nemmeno che dissuada dal farlo, nonostante gli esiti del vostro esperimento siano anche estremi.
«È un tributo all’alcol ma anche un avvertimento sulle sue trappole. Devo dire che mi sembra un film “italiano”, ed è la prima volta che rintraccio nel regista Thomas Vinterberg questo aspetto di tributo alla vita (pochi giorni prima dell’inizio delle riprese, il 4 maggio 2019, il regista ha perso la figlia di 19 anni, Ida, morta in un incidente stradale in Belgio, ndr)».

Lei sembra davvero sempre ubriaco, sullo schermo: ha avuto bisogno di bere davvero per recitare la parte?
«No, abbiamo studiato molto, anche guardando film russi su YouTube, loro sono davvero bravi a ubriacarsi. Inoltre abbiamo tutti più o meno 40 anni di ricerche alle spalle (ride, ndr). Per un attore recitare un ubriaco presenta sempre il rischio di esagerare, ma quando si beve troppo tutto quello che vogliamo è riuscire a non farlo notare: mi sono mosso in quella direzione, diventando più preciso e più lento nei movimenti».

Ha mai avuto l’esperienza di qualcosa che si risveglia, bevendo, che però non dura molto?
«Sono ricordi di quando ero giovane, e mi innamoravo, in quei giorni magici c’era sempre un po’ di alcol di mezzo. Ma c’erano anche quei momenti in cui non ricordi cosa era successo, e lei se n’era andata. Diciamo che due birre sono una buona misura per recitare la dark side, ti fanno entrare nella zona. Con sette vai addosso a qualcosa, se vai oltre non vuoi nemmeno recitare, è un fatto di equilibri».

È la prima volta che la si vede ballare, ed è un ex danzatore professionista.
«La danza classica è stata la mia base per esprimermi poi nella contemporanea. Da bambino ero un ginnasta, a 17 anni sono venuti nel mio club perché cercavano qualcuno che facesse un lavoro acrobatico nel background di un musical. Il regista mi ha detto: “Hai talento, vuoi imparare il mestiere? Presentati alla mia scuola domani”. Non avevo altro da fare, la danza è stata la mia vita per dieci anni, tutti i giorni».

L’attore è il protagonista di Un altro giro, regia di Thomas Vinterberg, col quale aveva girato anche Il sospetto, per cui aveva vinto nel 2012 il premio come miglior attore al Festival di Cannes.

È diventato famoso?
«Non c’è nessuno di famoso in Danimarca, è una disciplina di nicchia. Diciamo che in Danimarca c’erano due grandi gruppi di danzatori, e io facevo parte di uno di questi».

Suo padre, banchiere, era lieto di avere un figlio ballerino?
«Credo che nel suo background ci fosse il desiderio di diventare un performer, motivo per cui era molto orgoglioso di me. Parliamo degli anni Settanta e Ottanta, in Europa, non c’è stata nessuna opposizione».

Molti quando bevono si trasformano: secondo lei oggi c’è un eccesso di controllo?
«Non credo che la mia generazione, da questa parte del pianeta, sia più controllata di quanto non lo fossero cent’anni fa. Possiamo fare tutto ciò che vogliamo, parlare di noi sui social media per ore, e se vogliamo cambiare vita ci è concesso».

Ma?
«La pressione è anche un fatto interiore, è quel “che cosa vuoi?” che forse la mia generazione ha avuto meno pressante. Se giro un film all’anno, per un giorno devo soffrire i critici, ma è solo un giorno a cui sopravvivere. Per i miei figli tutti i giorni sono così, devono attraversare critiche per l’aspetto che hanno, per come dovrebbero comportarsi, per quello che dovrebbero votare, per come dovrebbero pensare, è senza fine. Solo quando spengono il computer possono sentire quello che sentivamo noi da bambini, una vera libertà. Certo, duecento anni fa dovevi svegliarti, uscire e procacciarti del cibo, altrimenti la tua famiglia moriva. Non posso dire che siamo in una situazione peggiore, ma diversa sì».

I tempi duri che stiamo attraversando l’hanno resa una persona migliore?
«Direi di no, sono molto arrabbiato. Ma Kafka e George Orwell avevano predetto tutto. Le dico solo che quando le regole non hanno senso per le persone comuni, significa che qualcosa non funziona».

Che cosa vede, se guarda oltre questo momento?
«Le stesse cose di sempre. La gente ha le proprie storie, gli amori, un po’ di rabbia, qualcosa di cui vuole liberarsi, e per farlo racconterà una storia. Non è diverso da cinquant’anni fa, si metteranno sempre in opposizione a chi è venuto prima di loro, e dirà: “Faremo diversamente, e faremo meglio…”».

I suoi figli?
«La femmina ha 28 anni e fa l’infermiera, mio figlio ne ha 23 e fa il soldato nell’esercito, è una guardia della regina. Voleva spingersi in aree mai frequentate prima, e la sua mi sembra un’idea meravigliosa».

Mads Mikkelsen in una scena di Un altro giro di Thomas Vinterberg, alla Festa del Cinema di Roma il 20 ottobre.

Che posto ha l’ironia nella sua vita?
«È una parte importante della mentalità danese, ci accomuna agli scozzesi e agli inglesi, anche agli australiani».

Mentre come usa la sua rabbia?
«Vado in bicicletta e gioco a tennis, la esprimo fisicamente».

Chaos Walking, il suo prossimo film scritto da Charlie Kaufman, la vede in un mondo senza donne.
«Per un certo periodo… È un film ambientato nel futuro, su un altro pianeta. Tutti gli uomini prendono un certo “virus”, grazie a cui non possono più nascondere i propri pensieri: tutti i desideri, le cose che vorrebbero, i timori, vengono fuori, e le donne possono vederli chiaramente. Quindi c’è una guerra civile, le cose finiscono male. Il film inizia su una navicella su cui c’è una donna, che non sa nulla di tutto questo».

Sarebbe dura, se leggessero i nostri pensieri?
«Un disastro, quanto meno difficile. Credo che tutti cercherebbero di controllarsi, una battaglia durissima. Come lo è essere completamente nudi e vulnerabili».

Foto Riccardo Ghilardi.






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