Ferrarini: "Lascio la Pallacanestro Reggiana dopo 26 anni"
REGGIO EMILIA. "Ho vissuto oltre metà della storia della Pallacanestro Reggiana, tanti lampi, tantissimi ricordi, ora è giusto e corretto che la vecchia guardia faccia un passo indietro».
Sono saluti in cui l’orgoglio e le memorie si mischiano inevitabilmente con la commozione, quelli che Licia Ferrarini porge al mondo di Pallacanestro Reggiana. Mercoledì il passaggio di proprietà diventerà ufficiale e l’attuale presidente esaurirà il suo mandato. Non dalla squadra però: «Adesso potrò esultare e gioire liberamente, e mi auguro che la nuova proprietà possa fare anche meglio di quanto abbiamo fatto noi. Sarei felice se la presidente fosse una donna».
Ventisei anni in biancorosso. Una vita.
«È più di metà della storia della società. I ricordi sono tantissimi. Nel 1992 con la mia azienda ero fra i soci, in quei giorni Landi disse che avrebbe voluto conquistare lo scudetto. Lo prendemmo per matto».
Invece, sono mancati un paio di centimetri. È quello il rimpianto più grande?
«Sì, la serie con Sassari rimane una ferita sportiva che non si rimarginerà mai, uno scudetto che ci è stato strappato dalle mani negli ultimi secondi. Anche quella volta abbiamo avuto la forza di rialzarci».
Altri momenti cruciali?
«Non scorderò mai la piazza piena per Gara 7, ma anche le migliaia di persone che nel 2011, nel momento più sofferto, quando rischiavamo la B, attesero insieme il finale di Verona-Scafati, la partita che ci salvò».
Da dirigente, sono stati più complesse da gestire le difficoltà in campo o quelle fuori dal campo?
«Forse quelle fuori. Penso a questa stagione, al lavoro fatto per dare un futuro alla società quando era chiaro che il ciclo di Landi si sarebbe comunque esaurito. Non era facile, non era scontato».
Eppure siamo qui, no?
«Questo è il momento più complicato e difficile storia dello sport e stiamo per finalizzare la continuità della società. Sono contentissima. È l’ennesimo regalo da parte di Stefano Landi, un regalo di continuità alla città».
Un parere sui nuovi soci?
«Hanno apprezzato quanto siamo riusciti a costruire in questi venti anni Landi, Ivan Paterlini ed io, dal 1999 a oggi siamo stati noi. Finire pensando di lasciare in mani così sicure mi dà gioia».
Non le dispiace lasciare l’incarico?
«Penso sia corretto che la vecchia guardia faccia un passo indietro e i nuovi proprietari vivano in prima persona la vita societaria».
Si congeda dal ruolo con un campionato monco. Un po’ di amarezza c’è?
«C’è rammarico pensando a come sarebbe potuta finire, avevamo avviato il percorso con Buscaglia, che si stava ambientando, e si è fermato tutto, questo dispiace».
L’addio del vostro gruppo ha generato tante reazioni. È rimasta stupita?
«Ho apprezzato i tantissimi messaggi che mi sono arrivati, anche inaspettati, dai colleghi delle altre squadre alle autorità al popolo dei tifosi. E agli sponsor. Un pensiero va fatto per Pietro Bernardelli, ha sempre mostrato un affetto pazzesco per noi».
Gli addii portano ai bilanci. Il suo qual è?
«Un bellissimo bilancio, nello sport ci sono gli alti e i bassi, ci sono stati momenti di grandissima gioia e ferite che bruciano in maniera incredibile».
Rifarebbe qualcosa in maniera diversa?
«No, tutte le scelte le abbiamo fatte pensando di fare sempre del nostro meglio, costruendo la base necessaria per avere un successo: un ambiente che funziona».
Ventisei anni di basket e un’infinità di volti. Quali ricorda con più affetto?
«Intanto, penso ai lutti che abbiamo dovuto affrontare, Chiarino Cimurri, Vincenzo Baroni, Kobe Bryant».
Fra gli allenatori?
«Menetti e Buscaglia».
Chiudiamo coi giocatori?
«È una scelta dolorosa, fra gli stranieri dico Kaukenas e Lavrinovic, come Darione non abbiamo avuto nessuno. Fra gli italiani, Della Valle e Polonara».
