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Ivano Diongi: «E ora “osiamo” sapere: dai classici una lezione per guardare al futuro»

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«Io, io e ancora io. Quando riusciremo a declinare il pronome “io” in “noi”?». Il pensiero del professor Ivano Dionigi fa perno su questa frase. Nasce da questa convinzione e durante la lunga chiacchierata telefonica ci torna spesso. Il docente di letteratura latina, che dal 2009 al 2015 è stato Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, sarà protagonista del primo appuntamento digitale della rassegna culturale “Un libro, le idee”. L’iniziativa, curata dalla Fondazione Mario Del Monte, prenderà il via lunedì pomeriggio, alle 17,30, sul canale Youtube ufficiale. Dionigi presenterà il suo libro “Osa sapere. Contro la paura e l’ignoranza”. Con lui Carlo Adolfo Porro, Magnifico Rettore di Unimore, l’imprenditrice Chiara Giovenzana, oltre al giornalista e scrittore Roberto Franchini.

Professore, quel suo “Osa sapere” come deve essere interpretato?

«Sapere aude, così diceva il poeta romano Orazio. Lo stesso “osa sapere” che Kant ha impugnato per farne il motto dell’Illuminismo. Pensa con la tua testa, verifica, sii autonomo. Usa la ragione. Vanno bene i maestri, ma la “ragione deve essere marca distintiva dell’uomo” , come ci ha insegnato Aristotele. “Osa sapere”, quindi. Non limitiamoci a pensare all’oggi. Guardiamo avanti, ricordiamoci che dobbiamo affrontare il futuro. E per farlo valorizziamo i più giovani, parliamo di “noi”».

Nel suo libro approfondisce il tema dell’immigrazione.

«Invece che alzare muri sarà fondamentale guardare alla curva demografica. Tra cinquant’anni noi europei saremo in numero minoritario. Bisognerà rivedere le strategie, capire che l’inclusione è fondamentale. Lo avevano inteso i Romani riconoscendo come cittadini i nuovi popoli conquistati. Per questo l'impero è durato nel tempo, a differenza di quanto accaduto ad Atene e alla Grecia che non sono riuscite ad includere, ad integrare, perché hanno considerato hanno considerato l’altro “barbaro”. L’insegnamento di quel tempo è valido anche oggi».

“Osa sapere”, inoltre, tratta anche del rapporto tra uomo e tecnica. Argomento mai così attuale come in quest’ultimo periodo.

«Certamente in questo periodo abbiamo capito quanto le tecnologie siano importanti e quanto ci possano aiutare a sopperire certe mancanze. Allo stesso tempo, però, oltre all’esaltazione della tecnica specialistica non possiamo dimenticare una cultura umanistica che possiede l’arte della sintesi. Ci vuole proprio un pensiero umanistico che sposi la tecnologia. Tecnologia che deve essere finalizzata alla cura dell’uomo. Filotecnica unita alla filantropia, questo è fondamentale».

Restando sull’attualità. Come esce la cultura da questo terribile Coronavirus?

«Non nascondo che vedere le scuole e le università chiuse, listate a lutto, mi ha fatto un brutto effetto. Soprattutto perché sappiamo benissimo che è da lì che bisognerà ripartire. E poi ci sono tutti gli operatori culturali che non sono stati considerati. Cultura, sapere e ricerca devono essere strategici come la sanità. I medici curano il corpo, gli insegnanti la mente. Questo è un concetto da non dimenticare. Ci riempiamo la bocca di proclami, a parole mettiamo la cultura prima di tutto. Poi, però, in questi momenti svanisce. Ed invece, ripeto, deve si partire da qui. Dalla conoscenza, dal sapere.».

Ha parlato dei medici che, in questo momento storico, hanno assunto un ruolo centrale. Si sono meritati applausi e complimenti, etichette degne di eroi del passato.

«Sono stati buttati nella polvere per diverso tempo: spero che terminata l’emergenza non tornino lì, nel dimenticatoio. La mia più grande paura è che poi si torni alla “ricreazione”: che chi è ottuso torni ad essere ottuso, chi è acuto sia di nuovo acuto e chi è retto faccia la stessa cosa. Come gli angoli della geometria. Abbiamo capito che il mondo non è in equilibrio, lo abbiamo capito una volta di più. La salute è a rischio come del resto sono a rischio la politica e l’economia. Senza dimenticare le problematiche ambientali, ma ricordando le battaglie di Greta Thunberg e dei giovani del Fridays for Future. D’altra parte il merito non conta più, anzi c’è un continuo inno all’ignoranza. Basta guardare la classe politica, chi meno conosce più arriva in alto. E qui diventano fondamentali la cultura e il sapere. Sapere che non si può vivere alla giornata, ma guardare al futuro. Un sapere che vuol dire dare equilibrio ecologico, economico e culturale».

Con i già citati giovani al centro. Giusto?

«Esattamente. Si pensi a chi ora ha 20 o 25 anni, a chi costruirà il mondo nei prossimi tempi. Qui non si considerano più né i giovani né i vecchi. E’ una forma di darwinismo inaccettabile, che è deleteria. Si guardi, invece, a chi potrà garantirci un futuro, non si faccia fuggire chi può costruire. Si diano gli strumenti giusti come, appunto, la cultura e la conoscenza non solo del presente, ma anche del passato. Così, come detto, anche la tecnologia potrà essere veramente strategica e utile all’uomo».

Da latinista e profondo conoscitore della lingua, cosa ci può dire sull’ormai famoso termine “distanziamento sociale”?

«Che questo virus ci ha costretto a violentare la lingua. Praticamente si tratta di un ossimoro: distanziamento, che vuol dire “stare lontani”, e sociale, che vuol dire “stare insieme”. E’ evidente che non possono coesistere. Credo che in questo momento, in questo periodo di emergenza virus, sia tutto più complicato perché siamo distanti. Dopo la crisi economica del 2008 ci siamo rimboccati le maniche e, insieme, siamo ripartiti. Dopo il terremoto ci siamo abbracciati e abbiamo ricostruito. Adesso questo tipo di solidarietà non è più possibile perché la pandemia ci ha imposto quell’ossimoro». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA






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