Sanremo, la tragedia della Jebreal merita rispetto. Ma ora Rula non diventi un santino
Rula Jebreal, certo. Toccante la tragedia di sua madre stuprata da bambina e morta suicida. Intensa la commozione con cui l’ha rievocata in eurovisione al Festival di Sanremo. Sta bene tutto. A patto, però, di non trasformare la giornalista nell’ennesimo simbolo da sventolare a mo’ di vessillo nella prossima crociata contro il Nemico. Non si tratta di mettere le mani avanti. Diciamo che abbiamo maturato una certa esperienza in materia. Troppo facile stampare santini nei luoghi di tutti – scuola, Parlamento, Rai – e poi usarli come clave sulla testa di chi mostra scarsa familiarità con i miti e le liturgie del politicamente corretto.
Il delirio della Marcuzzi: «Portiamo il suo monologo nelle scuole»
No, non mettiamo le mani avanti. È che sentiamo già il rombo dello tsunami pronto ad abbattersi sulla politica dopo la kermesse canora, quando ogni parola, ogni gesto e ogni sospiro di Rula Jebreal si trasformerà magicamente in denuncia, appello, monito. Quando cioè diventerà il monumento di se stessa. Esagerazioni? Mica tanto a sentire Alessia Marcuzzi che già è partita per la tangente proponendo di «diffondere questo messaggio per le donne in tutte le scuole». Per fortuna non è il ministro dell’Istruzione.
Rula Jebreal nuovo idolo?
Lo è stato, però, Valeria Fedeli, del Pd. La senatrice si guarda bene dal confondere i banchi licei con il palco dell’Ariston. Ma neppure lei resiste alla tentazione di arruolare la Jeabreal per «per educare tutta la società al rispetto delle donne e combattere stereotipi e ogni forma di violenza e sessismo». Infine, non manca chi, come il leader del sindacato dei giornalisti Rai, Vittorio di Trapani pensa già a regolare conti vecchi e nuovi intimando di «chiedere scusa» a «chi ha aizzato una indegna gazzarra contro la presenza di Rula Jebreal a Sanremo». È solo l’antipasto. E il Festival durerà fino a sabato. Perciò prepariamoci al peggio. E tutti pronti, in caso d’emergenza, a cambiare canale.
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