Geografia delle emozioni: Romania
Era in Romania per promuovere il suo nuovo libro. Gli avevano organizzato alcune interviste nella lobby dell’albergo e poi una cena al ristorante con tutta la casa editrice. Già nella prima intervista, la giornalista gli chiese perché avesse dedicato il libro a suo figlio. Rimase interdetto. Ma immaginò che, essendo giovane, la giornalista si fosse un pochino emozionata. Quando anche il terzo intervistatore chiese spiegazioni sul perché avesse dedicato proprio quel romanzo a suo figlio, prese una pausa e chiamò la responsabile delle pubbliche relazioni. Che era intenta a messaggiare sul cellulare. Cosa c’è scritto qui? Indicò le tre parole in rumeno sulla pagina della dedica. «A mio figlio», tradusse lei. «Ma… ho due figlie femmine», ribatté lui. «E il libro… il libro originale, intendo, l’ho dedicato a loro». Dovresti chiedere alla traduttrice, fece spallucce la responsabile delle pubbliche relazioni. E tornò a dedicarsi al suo telefono.
Durante la cena, la traduttrice era seduta di fianco a lui. Il suo profumo, ricordò. Delicato ma intenso. Dolce ma deciso. Anche allora, tre anni prima, aveva pensato che non doveva trattarsi solo del profumo. Ma del modo in cui si combinava con lei. Con la sua pelle olivastra. Avevano parlato di musica, gli tornò in mente. Di quanto era importante la musicalità nella scrittura e nella traduzione. A un certo punto, durante la conversazione, aveva sentito il piede della donna che gli strofinava la gamba, sotto il tavolo. Aveva sempre pensato che succedesse solo nei film. Il piedino sotto al tavolo. Adesso non gli faceva piedino. Il suo bel viso era pallido. Non aveva infilato nemmeno una volta la forchetta nella polenta nel suo piatto. Lui non voleva metterla in imbarazzo davanti alla casa editrice, perciò si chinò verso di lei e chiese a voce bassa, quasi sussurrando, come avesse potuto sbagliare in quel modo la traduzione della dedica. Non è stato un errore, rispose lei a voce bassa, quasi sussurrando. E prima che lui potesse reagire proseguì, prima del dessert esco a fumare. Aspetta un minuto. E poi raggiungimi. Anche quella volta erano usciti a fumare fuori dal ristorante. E mentre proteggeva la fiamma dell’accendino dal vento, la pelle di lui aveva sfiorato la pelle di lei. Adesso ciascuno accese la propria sigaretta. Ha tre anni, gli spiegò. E da te ha pensato bene di ereditare proprio il naso, proseguì. L’ho chiamato Tomas, disse. Avrebbe voluto chiederle un’infinità di cose. Ma un nodo gli strozzava la gola. Non voglio niente da te, aggiunse lei. E nemmeno lo vorrò. Poi, dopo una lunga boccata di fumo, concluse: solo questa dedica. Sul libro. Per potergliela mostrare. Quando sarai morto. Lui prese un tiro dalla sigaretta. In silenzio. Lei schiacciò la sua sul marciapiede. E si abbracciò da sola, contro il freddo. Da una macchina che passava arrivò una canzone dei Cure.
La nuova, sconvolgente informazione veniva pian piano digerita, cominciava a scorrergli nel corpo, come il sangue, finché arrivò alle punte delle dita. Voleva disperatamente uccidere la traduttrice. Stringerle il collo tra le dita fino a strangolarla. Ma voleva anche disperatamente abbracciarla. Posarle le mani sui fianchi e avvicinarsela in un abbraccio caldo. I due desideri lottarono dentro di lui per diversi minuti, senza giungere a una conclusione, e alla fine riuscì a dire solamente: e cosa devo fare con tutti questi giornalisti che mi chiedono perché ho dedicato il libro a mio figlio? Inventati una storia, rispose lei. In questo sei bravissimo.
