«A raccontare comincia tu»: Vittorio Sgarbi, la bisbetica domata (da Raffaella Carrà)
Giovedì sera, Raffaella Carrà si è seduta accanto a Vittorio Sgarbi, ha misurato con cura i propri silenzi e, sfumandoli appena in un risolino acuto, ha preso a incalzarlo alla maniera consueta: come farebbe una persona di famiglia, con la pacata dolcezza che tra le mura di casa accompagna i rimproveri. Mamma Rita, il mutismo dello Sgarbi bambino, gli esordi televisivi, le pagelle mediocri. E, poi, ancora, la politica e i temi scolastici, la casa-museo, a Roma come a Ro Ferrarese, la lingua «senza peli, che diventa biforcuta».
https://twitter.com/RaiTre/status/1192486880216043521Raffaella Carrà, che la terza puntata di A raccontare comincia tu ha voluto dedicare allo stravagante critico d’arte, ha interrogato Sgarbi senza porsi alcun filtro. E, tra le mani della Raffa Nazionale, il bisbetico si è domato. Sgarbi è capitolato. Si è dato un contegno. Non ha alzato la voce, ma con calma serafica ha ripercorso la propria esistenza, e riso dei propri eccessi (e accessi).
https://twitter.com/RaiTre/status/1192553401994895360«Mi arrabbio in due soli casi: o perché sento una scemenza, o perché il conduttore di una data trasmissione non mi lascia parlare», ha ammesso, dicendosi dispiaciuto, ultimamente, per qualche sua uscita televisiva. «In tempi più recenti, mi sento quasi in colpa per aver maltrattato qualcuno», ha detto Sgarbi, che sotto il fuoco della Carrà ha parlato della Gioconda e di Piero della Francesca, di Giorgia Meloni, Maurizio Costanzo («Non ero pagato per andare da lui») ed Elenoire Casalegno («Poi si è riempita di tatuaggi, e avrei da ridire»), dei suoi figli («Ho il senso astratto della paternità, sento la responsabilità perché sono contro l’aborto, ti pare che uno butti via il figlio di Sgarbi? Però non sento la scelta di essere padre»), di un’Italia che è cambiata e, attraverso la sua aneddotica, ha restituito la propria evoluzione.
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«A raccontare comincia tu»: l'incontro Loretta Goggi e Raffaella CarràSgarbi, che bambino ha infilato la testa tra le sbarre della cancellata che protegge il Castello di Ferrara, senza riuscire più a tirarla fuori, ha raccontato in un’ora e mezza tutta la propria complessità: il genio e la cultura dell’uomo d’arte, il manierismo nevrotico dell’animale televisivo. E lo ha fatto in modo tanto inusuale (per lui) da aver confermato una teoria che, nell’aria di Twitter, ha preso a circolare tempo addietro. Il genio, quello vero, vulcanico, non è l’ospite. È la Carrà: una donnina all’apparenza mite che, in sé, culla il potere di ammansire chiunque le si pari davanti, fosse anche Vittorio Sgarbi.
