Ambra Angiolini: «Il weekend degli orrori»
È venerdì, guido verso casa e canticchio. La testa e il corpo sulla A4, la mente e il cuore tra Brescia/Roma/Torino.
Arrivo a lavor… a casa, abbraccio e bacio i miei ragazzi, dopo un pit-stop pipì di trenta secondi e cambio gomm… scarpe, ci dirigiamo verso il cinema per mantenere la promessa di vedere DOCTOR SLEEP. Il titolo fa da presagio e, dopo un’ora, sono scomodamente addormentata con il collo seduto alla poltrona 3D e la testa alla poltrona 2D. Mio figlio, svegliandomi, prende la mia testa e la riporta sul collo. Grazie a questi episodi di sonnolenza improvvisa dovuta forse a cause genetiche o ormonali… perché non posso essere stanca, di cosa?
Dormo in un letto per qualche ora, il mio letto che non riconosco non frequentandolo spesso. Si sveglia alle tre, non io ma la mia vescica insonne, mi alzo per accontentarla, esco dalla porta di casa e la chiudo alle mie spalle. Mi sveglio meglio e mi rendo conto che dovevo andare in bagno non uscire di casa ma ormai sono già sul pianerottolo. Suono. Mio figlio apre la porta e, per fortuna, non fa domande; oppure dovrei dire per sfortuna non fa domande, visto che questo potrebbe significare che abbia notato un’anomalia mentre invece… quotidianità.
La mattina seguente non mi arrendo, si parte presto per Movieland. Dobbiamo arrivare davanti all’ingresso principale alle dieci, orario di apertura del parco divertimenti. È sabato, ma tanto non ci sarà nessuno perché piove. A noi non interessa la faccenda meteo, con i miei figli ce lo siamo promesso di andare alle giostre, e la mia amica Titti è venuta da Milano per accompagnarci. Siamo molto divertiti all’idea di prendere giostre e acqua.
Il parcheggio è pieno, in queste occasioni penso delle frasi curiose tipo: «Ma dove cavolo vanno tutte ’ste persone con questo tempo di merda! Perché non se ne stanno a casa!». Poi mi guardo con disprezzo riflessa sul vetro della biglietteria e ho la testa sulle ginocchia e le gambe sulle spalle. Mia figlia prende i pezzi e li rimette al posto giusto.
Entriamo attrezzati di giacche antipioggia, ombrellini da borsetta, cappellino tattico con sinusite incorporata, cervicalgìa, vertebre schiacciate, gambe gonfie, abbiamo proprio tutto… io soprattutto.
Appena arrivati sul viale principale, quello che temevo accade. Jolanda urla: «Mammina, dai facciamo subito la Horror House!». Senza esitare rispondo: «Salsiccia, frigo, pigiama, unghie? Ma cosa ho detto? Posso farmi ricoprire di vermi o ragni assassini invece che entrare nella casa dell’orrore?». I miei figli ridono, vengo spinta in fila indiana con altre otto persone nel corridoio al buio. In pochi secondi sono in un ascensore sporco di sangue, sono tutti sereni tranne me che urlo e zompetto avvinghiata a un omone che non conosco. Tutti si divertono mentre io urlo e zompetto, il pagliaccio Pennywise si sostituisce a uno della fila e mi tocca le spalle, urlo e zompetto correndo come un’indemoniata. Ho perso ogni freno inibitore, prendo tutti a parolacce, dietro di me non c’è più nessuno, solo un tizio con una sega elettrica che m’insegue. Io accelero, vedo una porta in lontananza, la sfondo ed esco. Ho i piedi all’entrata e il busto all’uscita, arriva anche Titti e rimette a posto i pezzi.
Fuori c’è un sacco di gente che mi guarda basita, mi dirigo verso la cassa per comprare la foto che testimonierà al mondo che io ce l’ho fatta. Cerco e ricerco tra le foto di tutti ma niente, del mio corpo solo una traccia di capelli sollevati dal vento del mio zompettare… Forse sono un vampiro o forse ho lasciato i capelli nella stanza dell’esorcista. Chiamatemi pure mamma Arfkhantsfrunz, mi trovate imballata in quinta fila sul quarto scaffale solo da Ikea. Se mi vedete, seguite le istruzioni, rimontatemi e portatemi sul set. Vi prego.
